Umberto Eco, Il vero compito dell’arte

Una corsa verso la novità. Il vero compito dell’arte è seminare dubbi e scompiglio rispetto al dettato dell’esistenza

 di Umberto Eco

 La Nazione 24 giugno 1966

Il fenomeno di un pubblico che “non capisce” l’opera d’arte è storicamente abbastanza circoscrivibile: nasce nella seconda metà dell’Ottocento, quando l’artista, trovandosi in contrasto con la civiltà industriale borghese che lo soffoca da ogni parte, decide di lavorare non per il successo, ma per l’insuccesso, non per i molti, ma per i pochi, non per il committente, ma per i suoi pari.

Egli può e deve storicamente fare questo, perché di fatto sono apparse sulla scena delle forme di comunicazione che si assumono quelli che originariamente erano i suoi compiti pratici (celebrativi, consolatori, riproduttivi e di divertimento). In una parola, la fotografia si incarica allora di riprodurre su commissione fattezze umane e scene di genere, mentre il romanzo popolare si è assestato da circa un secolo come specifica industria dell’intrattenimento. Nascono così le poetiche simbolistiche, le poetiche sperimentali della pittura (gli impressionisti) e così via.

Ma, in realtà, l’arte contemporanea stava portando ad evidenza una caratteristica fondamentale dell’arte di tutti i tempi, caratteristica che oggi è stata messa in luce appieno dalle teorie della comunicazione.

La comunicazione estetica non tende a trasmettere dei significati ma a offrire un “di più” di informazione. Dire «il treno per Bologna parte alle quattro sul quinto binario» significa trasmettere un significato, e cioè ribadire in modo il più possibile comprensivo una notizia, anche se si tratta di una notizia che sappiamo già. Fotografare la facciata della mia casa o la mia faccia in formato tessera, significa tentare di comunicare nel modo più chiaro quello che chiunque si attende ragionevolmente che io comunichi. L’arte invece accetta di oscurare questo tipo di informazioni per elaborare un messaggio ambiguo, capace di suggerirmi nuovi aspetti della realtà; la grande pittura ha sempre cercato di insegnarmi a vedere la mia o l’altrui faccia in un modo nuovo, tale che nessuno era ancora riuscito a prevedere.

L’arte, in parole povere, tenta sempre di dire quello che non so ancora; e non lo fa come la scienza, appoggiandosi ad esempi tratti da quello che so già, per favorirmi il passaggio dal noto all’ignoto, ma assalendomi con qualcosa che non mi attendevo, con un “taglio”, una prospettiva “strana”, capace di mostrarmi le cose in una luce nuova. L’arte mi chiede sempre di abbandonare le abitudini acquisite per buttarmi in una avventura fatta di interpretazione, scoperta, esperienza dell’ignoto. Anche il pittore neolitico che dipingeva il bisonte, anche Prassitele quando scolpiva le sue statue, non tendevano ad altro. Quindi l’arte è sempre stata incomprensibile alla maggior parte dei contemporanei. Il modo in cui Giotto dipingeva gli esseri umani o il paesaggio era incomprensibile ai buoni artigiani o contadini di Assisi che si recavano a visitare la chiesa superiore. Essi credevano di capire quello che Giotto diceva, perché Giotto riproduceva pur sempre volti umani, alberi e colline (e lo faceva perché socialmente solo il pittore poteva assumersi questi compiti funzionali, celebrativi, illustrativi).

In realtà gli abitanti di Assisi non si rendevano affatto conto della prospettiva rivoluzionaria con cui Giotto vedeva e insegnava a vedere i corpi, le masse, le dimensioni del quadro, le profondità, e così via. Solo col tempo Giotto ha educato le folle a «percepire secondo Giotto». Il fatto che l’arte contemporanea abbia esasperato questa corsa verso la novità, abbia accorciato i tempi, lo si deve proprio alla sua polemica verso le forme di comunicazione «di consumo», che invece si affannavano a dare ai propri utenti esattamente quello che essi volevano: così l’operetta, la foto celebrativa, il romanzo rosa non hanno mai cercato di spingere i loro utenti alla scoperta dell’ignoto, ma li hanno blanditi offrendo loro l’immagine del «già noto». Di qui la polemica, il balzo in avanti dell’arte contemporanea, che ha accentuato la caratteristica propria di tutta l’arte di tutti tempi: l’arte ci dice quello che non sappiamo ancora, e quindi è a giusta ragione, sempre e comunque, «difficile».

 

Eco Umberto. Una corsa verso le novità. Il vero compito dell_arte è seminare dubbi e scompiglio. La Nazione 24.6.1966