Chiesa dell’Annunziata presso il Convento del Carmine a Corigliano

La Chiesa del Carmine, con annesso Convento dell’Ordine dei Carmelitani, è un gioiello architettonico del XV Secolo, posto all’ingresso del Centro Storico di Corigliano, nella valle del Pendino, e attualmente è in stato di abbandono. Avvicinandosi alla Chiesa e guardando l’edificio quello che colpisce della luminosa facciata è 1’apparente, ma studiata semplicità, che armoniosamente unifica con sobrietà ed eleganza i vari elementi che la compongono, non consentendo a nessuno di essi di prevalere sugli altri. Il portale principale è sormontato da una limpida riquadratura che racchiude la gotica arcata ogivale, impreziosita da archetti alle cui estremità sono sospesi, in un volo di gloria senza tempo, dieci minuscoli angeli musici, scolpiti con grazia. Al vertice è appesa una piccola corona. Queste decorazioni scultoree incorniciano l’affresco della sottostante lunetta, che raffigura la «Madonna del Carmine». Tra il profilo del riquadro e quello dell’arco ogivale, le statuine di «Maria» e dell’«Arcangelo Gabriele» illustrano l’intitolazione di questa chiesa all’Annunziala (le foto scattate nel 2014 sono di Carlo Caruso e le descrizioni di Teresa Gravina Canadè).

 

Il portale è fiancheggiato da due fasci di pilastrini, poggianti su leoni stilofori consumati dal tempo e sormontati da capitelli e da abachi con fantasiose decorazioni, tra cui spiccano gli originali telamoni che reggono a guisa di mensola il classico architrave.

 

 

Il portale sinistro è delimitato da due pilastri laterali con la base scolpita e da un semplice architrave, sormontato da un arco ogivale, nella cui lunetta è affrescato «Angelo Carmelitano», come indica l’iscrizione, che reca anche la data 1550. Il Santo è raffigurato su due squarci di un luminoso paesaggio alberato, con gli attributi iconografici del martirio subìto: le piaghe e le spade.

Il portale destro è limitato ai suoi lati da una cornice scanalata, con due serpi scolpite lungo gli stipiti e due mensolette negli angoli interni, reggenti 1’architrave classicamente lineare. Il sovrastante arco ad ogiva, decorato con archetti terminanti in gigli penduli stilizzati, incornicia l’affresco della sottostante lunetta, che raffigura «S. Alberto Carmelitano», del quale si conservava nella chiesa la venerata reliquia di un pollice, con cui, ci informa il Pugliesi, si faceva per immersione «1’acqua benedetta del detto Santo, mirabile per le febbri quotidiane».

Tra il portale centrale e quello destro, nel 1988, sono affiorati tre affreschi suddivisi tra loro da lievi disegni decorativi o lineari, a guisa di cornice. Se è del tutto illeggibile l’affresco di sinistra, in quello centrale si vede chiaramente la ieratica figura di un «Santo Vescovo» benedicente, con la mitra e il bastone pastorale. Mancano elementi validi per risalire all’identificazione, anche se è logico supporre che possa trattarsi di un carmelitano assurto alla dignità vescovile. L’affresco di destra rappresenta 1’allegorico «Trionfo della Morte»: un soggetto molto diffuso nell’iconografia tradizionale, ma qui svolto con originalità di tratti e con efficace semplicità. Su un limpido squarcio di paesaggio, simbolo di vita, campeggia l’immagine della Morte, uno scheletro che sembra far fatica a portare sulla spalla il suo tragico fardello, la grande falce sterminatrice che non ha riguardi per nessuno. Sembra avanzare inesorabile sui corpi di prelati e di laici che giacciono esanimi sotto i suoi piedi, su un ingenuo disegno prospettico di mattonelle. Un cartiglio nastriforme, che scorre a sinistra, conteneva forse una scritta esplicativa.

L’interno della Chiesa è suddiviso in tre navate grazie a due file di pilastri, che reggono quattro archi a tutto sesto per ogni lato. Questi archi un tempo delimitavano le cappelle laterali gentilizie, nelle quali le famiglie Adimari, Ferraro, La Cava, Morgia, Nigro, Pettinaro e Perrone avevano il diritto di patronato. Un’ottava cappella apparteneva alla confraternita laicale della Madonna delle Grazie, che vi rimase legata sino al 1809 e in seguito si trasferì in S. Maria della Piazza poi Maggiore, dove ancora oggi risiede. La navata centrale, più alta ed esternamente coperta dal tetto a doppio spiovente, è luminosissima in virtù dei dodici finestroni che si aprono sulla trabeazione. Ha una controsoffittatura piana con tavole, incannucciato intrecciato e stucchi. Il pavimento si innalza fra gli ultimi pilasti, per formare la zona presbiteriale, divisa dall’aula da un arco, e tripartita nel coro centrale, più profondo, e in due piccole cappelle laterali. Esse comunicano con il coro stesso, tramite due archi, e al tempo stesso concludono le due navate laterali.

Dietro l’altare maggiore, in semplice stucco e sopraelevato di altri tre gradini, il coro termina in una luminosa abside poligonale, arredata con gli stalli in legno e tre buone sculture lignee, collocate in apposite nicchie, di cui una è firmata da Jacopo Costantini. Trattasi di «S. Elia»,1’eremita del Monte Carmelo considerato dai Carmelitani loro tradizionale fondatore, del suo discepolo Sant’Eliseo e di una «Madonna del Carmine», che sostituì una precedente, molto più antica «Vergine del Monte Carmelo» e che oggi è collocata nella Chiesa di Sant’Antonio.

La volta di questa navata centrale, oltre che da stucchi, è decorata anche da tre pitture murali variamente incorniciate, datate 1744 e firmate da Domenico Oranges. Quella centrale rappresenta l’«Annunciazione», tema ricorrente per l’intitolazione della chiesa, ed è racchiusa tra i più piccoli riquadri con l’«Eterno Padre Benedicente» e l’«Emblema dell’Ordine Carmelitano», retto da due angeli e incorniciato in alto da un cartiglio nastriforme col motto «ZELO ZELATUS SUM PRO DOMINO DEO EXERCITUM». In basso si leggono la firma e la data riferite.

 

Degli altari laterali oggi rimangono solo i due laterali rispetto al maggiore, mentre gli altri sono stati rimossi. Un riquadro della navata laterale destra raffigura «San Francesco di Paola».

 

Inoltre si riconoscono «San Giovanni Battista» e sulla parete sinistra «San Pietro» e «Sant’Agostino». Nella navata centrale destra invece i riquadri rappresentano i «SS. Cosma e Damiano».

 

Le pale d’altare della navata laterale destra sono: una cinquecentesca «Madonna del Rosario», dipinta da Cornelio Flamengo, su committenza del Magnifico U.J.D.G. D.G. Andrea Citraro; un secentesco «San Domenico», ridipinto nel Settecento; una settecentesca «Crocifissione» con un delicato fondo paesistico; una «Madonna della Catena» e un’ottocentesca «Sacra Famiglia». Nella navata centrale destra una «Madonna del Carmine con S. Francesco d’Assisi e S. Caterina da Siena». Ornano la navata laterale sinistra tre tele settecentesche: «Sant’Angelo Carmelitano», «Santa Lucia», «La Sacra Famiglia», diversa nello stile dall’altra già detta.

 

Una «Madonna di Piedigrotta», col mantello blu ricamato in oro e il Bambino biancovestito, con la sua presenza nella chiesa, potrebbe ricordare la dipendenza di questo convento dalla giurisdizione della Provincia Napoletana. Tra le altre tele della Chiesa si ricorda altresì un’«Annunciazione».

 

Così come è presente un «Santo Espedito».

 

Inoltre sull’ingresso principale venne collocata, su dei pilastri di legno, l’ottocentesca cantoria, dotata di organo al quale si accede grazie a una scaletta laterale metallica che vi fu adattata posteriormente.

Infine non si può non soffermarsi sul campanile a pianta quadrata, che si erge sul fianco posteriore della chiesa, in asse alla navata laterale. Nonostante l’umiltà dei suoi materiali (pietra, malta e laterizi), riesce a creare dei singolari giochi di luce, sia nella cella campanaria, sia nella parte inferiore. In questa le poche e piccole aperture e la disposizione in forma di reticolo, su ogni faccia, di dodici file di quattro grandi quadrati intonacati, danno l’impressione di un chiaro e liscio bugnato, in netto contrasto chiaroscurale con la cella sovrastante. Essa è realizzata in mattoni a vista, racchiusa tra due sobri cornicioni, ricca di aperture, coronata da una snella loggetta traforata da sei archetti per facciata, e chiusa da una copertura a forma di svettante piramide su base esagonale. Vi si accede dalla sagrestia e pare sia da ritenere posteriore di circa un secolo alla chiesa aragonese consacrata dal Vescovo De Lagni.