le opere

Nel 1950, Costabile pubblica a sue spese la prima raccolta di poesie, Via degli ulivi, che sarà recensita positivamente nella rivista romana La via e che il poeta si preoccuperà di far avere anche al padre, attraverso l’amico Brignetti.

È del 1961 la sua raccolta più famosa, La rosa nel bicchiere e altre poesie, edita a Roma dalla Canesi.

Incomprensione, tormento e solitudine. Il destino di una terra nelle rime di Franco Costabile, poeta che mescola liricità ed epicità per raccontare il travaglio della Calabria del Dopoguerra. I soprusi dei proprietari terrieri e dei mafiosi, la presenza debole e ambigua dello Stato, il dramma della povertà e dell’emigrazione sono i temi che ricorrono nelle poesie della raccolta “La rosa nel bicchiere”. Una poesia di denuncia che descrive la triste epopea dei contadini meridionali, quelli che partono “con dieci centimetri di terra secca sotto le scarpe, con mani dure, con rabbia, con niente” e quelli che rimangono nella bettola “a buttare il re e l’asso chiamando onore una coltellata e disgrazia non avere padrone”. L’uso frequente della prima persona plurale denota il carattere epico e lirico della poesia di Costabile, che fa vedere il buio in cui è immersa la Calabria e non lascia spazio alla speranza. Ma in mezzo alla crudeltà, alla miseria e al degrado, tra il dramma dei suoi abitanti, c’è il fascino e l’umanità di una “vita chiara di donne, di bambini di carri tirati dai buoi e a sera, quando ai balconi c’è sonno di garofani, due stelle bizantine s’affittano una stanza nel cielo della piazza”. Paesi e persone dimenticate sono i protagonisti di “La rosa nel bicchiere” che inizia con tredici brevi elegie, quasi degli haiku, raggruppate con il titolo “Mosche”, prosegue con componimenti più elaborati, per approdare a poemi come “Ultima uva” che si conclude con un monito ai politici “Non venite a bussare con cinque anni di pesante menzogna” e “Il canto dei nuovi emigranti” in cui l’esodo biblico, la diaspora dei calabresi nel mondo, è ribellione contro l’ingiustizia subita nella terra di nascita. Poeta estremamente lucido, che ha fatto propria la sofferenza di un popolo, Franco Costabile visse il dramma dell’assenza del padre che dopo il matrimonio abbandonò la madre e il figlio che doveva ancora nascere per trasferirsi in Tunisia. Il poeta scrive di questo distacco in un componimento giovanile “Vana attesa” stampato a Nicastro dall’editore Nucci nel 1939. Nel 1950 pubblica a proprie spese il libro di poesie “Via degli ulivi” per Quaderni di Ausonia, Siena. La nostalgia che pervade questa raccolta di poesie lascia presagire l’esito tragico della vita dell’autore. I momenti felici rievocati in maniera suggestiva sono le ferite ancora aperte di un amore naufragato “Non torneremo su questo altipiano beato quando s’inaugura la fiera delle stelle. L’alba si leva in frusciar di colombe: e tu sei partita. Che pena ascoltare il fischio del trenino alla pianura”. “Gli anonimi spazi di città” acuiscono la solitudine, anche Dio è distante “Ma non v’era il tuo regno nel regno della terra…..Non è qui. Dove restano i miei anni perduti in ignoranza del tuo nome;” Alcuni anni dopo il dolore individuale si sarebbe fuso e identificato con il malessere sociale sfociando nel capolavoro “La rosa nel bicchiere” che riassume la bellezza e le contraddizioni della nostra terra. Nel 1964 alcune liriche vengono pubblicate sul volume “Sette piaghe d’Italia” insieme a racconti di Sciascia, Rea, Zanzotto e altri autori. Molto significativa in questa antologia è la lirica “1860” che testimonia i crimini perpetrati verso le popolazioni del Mezzogiorno in nome dell’unità italiana. Come tutti i grandi poeti Costabile non è facilmente classificabile nelle anguste categorie della critica letteraria. Antonio Iacopetta, nella prefazione alla nuova edizione di “Via degli ulivi” Lamezia Terme 2004, evidenzia che in lui si mescolano in maniera originale le suggestioni e l’essenzialità dell’ermetismo con la sensibilità per le vicende umane e sociali propria del neorealismo. Il coinvolgimento emotivo verso le proprie e le altrui sofferenze, la costante vicinanza della morte, lo inducono a togliersi la vita il 14 aprile 1965 a 40 anni. Ungaretti scrisse il suo epitaffio che è anche riportato sulla facciata della casa natale a Sambiase.